Disciplinare di produzione ceramica

Published by admin on luglio 21st, 2011

Disciplinare di produzione ceramica.

Premessa

Tale disciplinare è redatto per meglio chiarire, descrivere e rendere fruibile una serie di notizie concernenti la nascita e all’utilizzo della ceramica riferita al territorio materano. Altresì, l’intento è di valorizzare la figura professionale dell’artigiano ceramista migliorandone il profilo dal punto di vista stilistico. È necessario possedere una conoscenza base della storia del territorio prendendo in esame un tema importante quale l’innovazione; a tal fine, attraverso dovute indagini sperimentali, l’intento è di apportare migliorie utili alla produzione di manufatti da immettere in un mercato – circuito nazionale e internazionale. Oggi, gli antichi mestieri tendono a scomparire, quindi, si avverte l’esigenza di creare nuove opportunità imprenditoriali da trasmettere ai giovani.

 

La nascita della ceramica in Basilicata. Contestualizzazione materana.

I primi prodotti artigianali in ceramica individuati nell’area materana risalgono al periodo Neolitico (località Trasano, il villaggio A di Serra d’Alto, Murgia Timone, Murgecchia) e all’età dei metalli con la necropoli di Timmari. La ceramica, dal greco κεραμικός, è costituita da diverse sostanze come l’argilla, la sabbia, l’ossido di ferro, alluminia e il quarzo, altresì, si può definire una materia universale da sempre presente in tutte le grandi civiltà del passato. Nel corso del Bronzo Medio gli insediamenti antropici si radicano in luoghi riparati, compaiono le prime forme vascolari a impasto fine nero adornate da linee, incise. Nel Bronzo Finale si diffondono i vasi biconici e le ciotole costolate a orlo rientrato; altresì, nella necropoli di Timmari (Matera) è attestato il rito dell’incinerazione: all’interno  di urne biconiche sono deposte le ceneri del defunto cremato. Le forme vascolari accompagnano l’uomo nel corso della vita fino alla fine. L’apice della lavorazione in Basilicata s’individua nel corso della colonizzazione greca, ricordiamo i siti di Metaponto, Siris, Herakleia (ceramica a vernice nera e dal 500 a. C. a figure rosse dipinte). Nello specifico, in epoca romana è presente la ceramica a vernice nera, fine da mensa contraddistinta da una vernice argillosa vetrificata che in fase di cottura assume il colore nero; inoltre, compare la ceramica Terra Siggillata Italica (la ceramica a vernice nera è sostituita da quella a vernice rossa); la ceramica  Terra Siggillata Africana, realizzata al tornio o con la tecnica a matrice, assume un colore arancione chiaro o scuro, brillante o opaco, ottenuto rivestendo il vaso di vernice argillosa. Ancora, abbiamo la ceramica a pareti sottili (di colore arancio – rossastra, bruna o grigia –nera) usata per la produzione di coppe e bicchieri, le decorazioni possono dividersi in cinque tipi: sabbiate (è utilizzato un ingobbio di argilla mista a sabbia), incise (realizzata con l’ausilio di un pettine o a mano libera), a rotella, alla barbotine e decorazioni a depressione. Abbiamo, inoltre, la ceramica di uso comune da mensa e dispensa, da fuoco. E’ utile tener presente che nella vita di tutti i giorni si fa un uso limitato delle ceramiche dipinte, infatti, si utilizza una produzione ceramica da mensa, da trasporto non decorata. L’archeologia è considerata una scienza che individua e analizza le etnie antropiche del passato, il modus vivendi, il contesto sociale,storico,culturale, ambientale ed economico attraverso le testimonianze pervenuteci come: prodotti artigianali, strutture architettoniche, reperti organici ed inorganici. A partire dal 1969 l’archeologo Ridola avvia una campagna di scavi in località Timmari, identifica numerose necropoli riconducibili tra il VII e IV sec. a. C. ; da una stipe votiva del VI sec. a. C. ci giungono dei vasi subgeometrici di manifattura locale propria dell’area materana. Dal Bullettino di paletnologia Italiana (Le grandi trincee preistoriche di Matera, anno XLIV-XLVI; – 1924/26) giunge un’interessante nota del Ridola circa il ruolo del vasaio – ceramista “l’arte del vasaio è meritevole dello studio più accurato perché fu la più antica, la più preziosa e la più duratura delle invenzioni umane. Essa fu e sarà compagna dell’uomo in tutte le fasi della sua evoluzione e nacque dovunque, il giorno in cui egli poté notare che l’argilla, esposta al sole o al fuoco perdeva le sue mutevoli qualità di sostanza semiliquida e plastica ed acquistava le proprietà permanenti dei solidi, conservando sempre le impronte o le forme che le furon date prima della cottura. Sorse allora la prima idea di procurarsi con le proprie mani un recipiente sul modello di quelli che, belli e fatti, la natura aveva fornito”. L’archeologo elabora successive considerazioni sui materiali ceramici rinvenuti nel corso delle campagne di scavi compiute a Matera circa il processo di cottura dell’argilla, ossia, nota che la fase più arcaica di cottura a fuoco subisce un’evoluzione; in seguito si scopre l’uso di uno strato rilucente che copre il lato esterno del contenitore ormai cotto, in ultima analisi, l’uomo preistorico migliora la lavorazione dei prodotti fittili applicando uno strato di colore sull’argilla adeguatamente cotta. La combinazione degli elementi adoperati nell’impasto di argilla osserva anche a occhio nudo; per un archeologo è sufficiente ispezionare i reperti fittili in sezione, ovviamente, l’analisi s’integra attraverso l’utilizzo di metodologie scientifiche. Lara Cossalter ha condotto degli studi sulla ceramica rinvenuta all’interno del complesso monumentale rupestre di “San Nicola dei Greci – Matera”, nello specifico ha riscontrato come che i reperti più antichi si collocano già nella fase del Bronzo medio; altresì, a San Nicola dei Greci si può osservare una fossa interpretata da Giuseppina Canosa come una vasca di decantazione dell’argilla relativa a un opificio di artigiani (collocabile tra l’età del Ferro e l’età arcaica). Durante le invasioni Saracene prima e poi Longobarde in Basilicata compaiono nuovi prodotti alimentari e  tecniche di produzione ceramiche più scadenti (a partire dal VI sec. d. C.), la materia prima (l’argilla) subisce un processo di cottura inefficace. Nel XIII sec. d.C. la terracotta è ricoperta da uno strato di vetro all’ossido di stagno (ceramica invetriata).

E’ doveroso menzionare la produzione in terracotta di una tipologia al quanto particolare i così detti “fischietti in terracotta” o “cuccù”. Gli archeologi hanno rinvenuto, durante i lavori di rifacimento della Piazza Vittorio Veneto – Matera, molti frammenti di epoca antica e alcune pareti di ceramica smaltata riconducibili al XVIII secolo. Uno studio interessante sull’argomento ci giunge dal Prof. Vincenzo Maria Spera (materano di nascita), ordinario di demoetnoantropologia culturale presso l’Università degli Studi del Molise. Le tipologie formali richiamano figure animali come il gallo, il colombo e gli uccelli in generale. Altresì, sono presenti anche raffigurazioni umane femminili e di bambini che richiamano le statuette utilizzate nei presepi materani. Spera interpreta la figura femminile con la Madonna di Picciano raffigurata a mezzo busto che gravita su una nuvola, l’ipotesi è avvalorata dal fatto che la produzione dei fischietti è  legata alla festa e corrispondente fiera approntata proprio per la Madonna di Picciano. L’uso dei “cuccù” è prettamente devozionale e ogni anno si provvede a rinnovarli. Con riferimento al documento di Eustachio Verricelli “Cronica” redatta nel 1595/96 l’uso del fischietto ritraente una donna, verosimilmente la Madonna, assume, per la comunità popolare, un valore terapeutico (cura l’ernia), infatti, durante la processione gli erniosi incedono nudi nell’attesa del miracolo di guarigione. Ovviamente, la pratica devozionale è presto soppressa dal clero locale (vedi Volpe 1818). Le campagne di scavi del 1936 effettuate in Montescaglioso riportano alla luce dei fischietti provenienti da tombe di bambini (databili al periodo ellenistico) che richiamano Bacco – Dioniso oppure Eros. I fischietti e crepitacula sono da ricollegare ai bambini e assumono un valore magico – apotropaico. Vero è che il territorio lucano offre non poche cave argillose utili all’estrazione e lavorazione della ceramica, basti pensare anche all’area nei pressi dei famosi “calanchi” di Aliano, Tursi, Montalbano Jonico. Nel corso dei secoli l’arte di lavorare la ceramica si è diffusa a Matera per mezzo di maestri artigiani di grande rilievo come Giuseppe Mitarotonda. L’artista nasce a Matera nel 1939, frequenta l’Accademia  di Belle Arti di Brera, in seguito da vita a un laboratorio, in contrada La Vaglia tutt’oggi in uso. Collabora con il grande maestro Josè Ortega. Molti sono i critici che mettono in luce le doti del maestro come Giuseppe Appella ed Enzo Contillo. Giuseppe Mitarotonda racconta nelle sue opere (ceramiche e maioliche istoriate) la storia di Matera e della civiltà contadina ispirandosi a quel modus operandi tipico dell’età ellenistica, non esclude richiami che provengono dalla civiltà bizantina e islamica. Ha fatto omaggio delle sue opere a grandi artisti come Carla Fracci, Spadolini, Zichicchi, Guido Carli. Di recente ha ospitato il grande maestro Azuma. Contillo descrive Giuseppe Mitarodonda come un maestro umile e tra i più rinomati artigiani dell’area meridionale.

 

La materia prima, produzione e lavorazione.

Per argilla s’intende un sedimento non litificato composto di alluminio e silicati, quindi, i materiali che ne costituiscono la composizione, si possono meglio classificare come minerali argillosi. L’argilla di colore grigio o giallo marrone nasce e si struttura in sedimenti clastici sciolti in habitat lacuali,di mare e di laguna.

Dal punto di vista geologico il territorio di Matera si colloca all’interno del bacino del fiume Bradano. L’alta valle del Bradano è costituita da affioramenti di successione quarzoarenitiche o arenaceo – marnoso – argillose (vedi Serra Palazzo); per quanto concerne la media valle e quella terminale del fiume si possono notare delle successioni argillose – sabbiose – conglomeratiche.

I minerali argillosi hanno una forte attitudine all’assorbimento dell’acqua; si possono dividere in rocce sedimentarie (argillite) e varve, inoltre, sono presenti delle varietà locali come il caranto e il quick clay. Data la duttilità del materiale, l’argilla può essere modellata con le mani e una volta riarsa diviene dura. Le peculiarità dell’argilla sono determinate dalla plasticità, dalla riduzione di volume, dalla refrattarietà, infine, dalla resistenza ai mutamenti climatici.  Dipingendo un quadro generale della macro – storia l’argilla è stata utilizzata da numerosi popoli sin dal periodo Neolitico. In epoca contemporanea l’argilla è usata nella produzione ceramica e in diverse industrie (industria della carta, del cemento, laterizi). Esistono due tipologie ceramiche come: il grès (impermeabile all’acqua) e la maiolica (impermeabile all’acqua dopo l’invetriatura). La terracotta è invece porosa e subisce un processo di cottura che varia tra i 900 e 1200 °C, acquisisce un colore rosso vivo, scuro, marrone o nero, ricordiamo il caso dei famosi “buccheri” Etruschi (l’argilla depurata è cotta con cottura riducente). Esaminando con attenzione le fasi di cottura si può dire che l’argilla dopo aver subito un processo di cottura è sottoposta a una fase di post – cottura, ossia, dopo una diminuzione della temperatura si attende il raffreddamento (la temperatura può raggiungere i 200°). La cottura e la post cottura si compiono sia in atmosfera riducente (l’aria non circola nel forno, quindi, non è presente la fiamma per bruciare; la combustione prende l’ossigeno dagli ossidi  – l’ossido ferrino si trasforma in ossido ferroso) che in atmosfera ossidante (l’aria circola nel forno).

I forni utilizzati in epoca protostorica sono a fossa, costituiti da un incavo scavato nel terreno, dentro sono deposti i vasi e il tutto è ricoperto con la terra. Con la fase romana i forni subiscono un cambiamento, sono costruiti in argilla dura con un ambiente di combustione inferiore e uno superiore divisi da una griglia; troviamo, altresì, il forno ad irraggiamento nel quale la camera di cottura  e quella di combustione non sono comunicanti, ovviamente, il calore si diffonde per irraggiamento. La temperatura è bassa e aumenta di grado lentamente affinché i vasi non subiscano delle deformazioni.

L’argilla si estrae da cave poco infossate, si procede alla trasformazione in impasto uniforme, alla foggiatura con processi di estrusione, pressatura e collaggio. In un secondo tempo si dà inizio alla fase d’essiccamento (utile alla riduzione dell’acqua inclusa). Nella fase di cottura l’argilla abbandona la sua duttilità. In antichità la lavorazione avviene attraverso l’utilizzo di un tornio (le prime attestazioni risalgono al IV millennio a.C.) su di un piano orizzontale che ruota intorno ad un asse eretto. Nel XIX secolo d.C. compare il primo tornio a pedale, in epoca moderna spuntano i primi torni mossi da energia elettrica.  Oltre al tornio, l’argilla può essere modellata a mano, in epoca Neolitica si realizzano dei cordigli assemblati l’uno sull’altro ad anello (tecnica della colombina); infine, può essere modellata con la tecnica propriamente detta a “matrice”. Le decorazioni sono effettuate prima della fase di cottura secondo tre modelli diversi:

ü    decorazione a rilievo applicata, a matrice, alla barbotine

ü    decorazione impressa e/o incisa a impressione, incisione e graffitura

ü    decorazione dipinta attuabile con tinte argillose invetriate o con vernici di derivazione vegetale.

Disciplinare di produzione. Il tufo

Premessa.

La Basilicata, geomorfologicamente parlando, offre uno scenario naturale variegato e suggestivo all’occhio del visitatore, in particolar modo, nel materano notiamo la presenza di numerose cavità naturali in argilla e roccia, altresì, vi sono numerose cave di tufo. Il Parise descrive le gravine appulo –lucane come “profonde valli erosive di origine carsica, a fondo generalmente piatto, tramite le quali si realizza il raccordo tra l’altopiano murgiano e le piane costiere”,altresì, “La diffusa presenza di cavità naturali di origine carsica, congiuntamente alle caratteristiche di roccia tenera e di facile lavorabilità della locale roccia, costituita dalle calcareniti plio-pleistoceniche,ha determinato la possibilità per l’uomo di insediarsi nel sistema gravine a partire da epoca preistorica e protostorica”. Sin dalla fase Neolitica l’uomo ha scelto di dimorare nelle rocce di tufo, ossia, nei così detti “sassi” (la città di Matera, patrimonio dell’Unesco, ne è l’esempio per antonomasia); in seguito, dalla “seconda ellenizzazione dell’Italia meridionale” (secoli IX e XI d.C.) le comunità religiose si rifugiano nelle spelonche già citate per meglio ovviare alle invasioni e ai saccheggi da parte delle popolazioni che invadono la regione in epoca Alto Medievale, tale processo antropico prende il nome di “Civiltà rupestre”(vedi Fonseca). Si ritiene che il tufo sia una roccia di origine piroclastica, nello specifico, in quello materano sono presenti anche delle particelle di natura animale (fossili marini). A partire dal XX sec. Matera e i suoi “sassi” hanno subito un processo di recupero (legge 1986) e ristrutturazione tanto da divenire una delle mete turistiche più ambite.

 

La materia prima.

Il tufo di Matera, dal punto di vista litologico, è di colore bianco – giallastro, rientra nella famiglia delle calcareniti a cementazione variabile del tipo Calabriano. Le calcareniti sono irregolari in contrasto angolare su di uno strato inferiore di rocce carbonati che mesozoiche (Calcare di Altamura). Tali rocce di  fondo sono ubicate sul lato destro del rigagnolo Gravina attigue ai “Sassi” (quota 350/360 secondo una base di contatto diretto a N 30° E ed sprofondante a NW di 12°/16°. La struttura granulare delle rocce si presenta sottoforma di banchi di rado in strati di colore bianco – giallastro o grigio, tra l’altro, assume  formati mutevoli da luogo a luogo. Il contenuto in carbonati è risultato essere, per campioni di roccia relativi al comprensorio dei “Sassi” variabile dall’85,25 % al 98,48%.

Il tufo si può degradare e lo si evince dalla presenza di solchi alveolati, buchi e cavità profonde centimetri, ovviamente, le unità più deteriorate sono quelle esposte al vento. Da uno studio eseguito dall’Istituto di Mineralogia e Petrografia dell’Università degli Studi di Siena si arguisce che i processi di alterazione chimico del tufo ad opera di acque acide non sembrano causarne il processo di degradazione. L’analisi dei valori di densità della porosità di assorbimento d’acqua ha messo in luce che se il riempimento dei pori non risulta molto elevato è ragguardevole la capienza di rendere idrorepellente la calcarità soprattutto nei trattamenti. Per valutare la capacità di penetrazione degli impregnanti sono stati utilizzati campioni a base quadrata 3 cm di lato e altezza 15/20. Dopo aver immerso i campionipe5r uno o due centimetri nei vari prodotti di impregnazione si è misurata la risalita per capillarità. Dai risultati si è dedotta la grande capacità di penetrazione per capillarità (massima nel Transkote) e di distribuzione omogenea nella calca rinite di Matera di tutti i prodotti, tranne il Ciba e, in misura molto minore, il Mased, dei quali si è osservata una quantità maggiore nelle pareti esterne rispetto l’interno. I campioni cubici sono stati sottoposti a trenta cicli di invecchiamento accelerato per cristallizzazione di cloruro sodico e a 10 cicli di cristallizzazione di solfato di sodio. Sono state calcolate le perdite di peso cumulativo in per cento del peso iniziale; quindi, i valori relativi ad ogni gruppo di campioni trattati con uno stesso impregnamento sono stati confrontati con quelli ottenuti nelle analoghe prove su campioni non trattati. Si è dedotto che tutti i trattamenti, a eccezione del prodotto Vacker e barra flauto conferiscono alla calacarenite una certa protezione contro i principali processi di degradazione di questa pietra. Il trattamento conservativo con prodotti Mased, Ciba, Transkote, Paraloid+ Silicone e Rhome Poulenc, può migliorare quindi le scadenti qualità originarie della calcarenite di Matera. L’efficacia conservativa, presumibilmente assai duratura, di un trattamento della calcarenite di Matera con i prodotti Transkote, Paraloid+ Silicone, dipende anche dalle modalità operative in situ. E’ necessario, infine, una periodica ispezione e manutenzione nel caso in cui l’efficienza del sistema protettivo appaia diminuita.

 

Estrazione e utilizzo del tufo

Prima dell’impiego di nuove tecnologie il tufo si estrae con il piccone dalla punta di acciaio lievemente piatta, con un incavo laterale. Sullo strato tufaceo si misura una linea di sei o sette metri per ventisette cm. Andando giù con colpi precisi di piccone; individuato il blocco si ricavano forme di 50×50 cm meglio denominate “quadrelli”.

Le rocce si estraggono e si lavorano con molta facilità e sono molto porose. L’estrazione del tufo, oggi, ha luogo nei territori di Matera e di Montescaglioso, la lavorazione dei blocchi avviene in diverse fasi: progettazione, sagomatura, sgrossatura, decorazione, finitura e trattamento. Tra i tanti artigiani che lavorano il tufo, è doveroso menzionare Giuseppe Rizzi che opera sul territorio da circa vent’anni. Il maestro, oltre alla lavorazione, si occupa della ricostruzione di elementi architettonici erose, inoltre, realizza complementi d’arredo apprezzati a livello nazionale ed internazionale.

 

A Matera il tufo ha un ruolo fondamentale per l’utilizzo della costruzione delle abitazioni. Le costruzioni si presentano con elementi a volta che permettono di intervenire dal punto di vista ingegneristico senza provocare una decadenza nell’equilibrio dei volumi. Con l’avvento delle nuove tecniche di costruzione, come il cemento, l’uso delle maestranze si è perduto nel tempo. Senza alcune ombra di dubbio la lavorazione del tufo va recuperata. Le chiese, i conventi, i lamioni di via delle Cererie e Santo Stefano sono stati costruiti asportando tufo dalla periferia della città. Prima dell’impiego di nuove tecnologie il tufo si estrae con il piccone dalla punta di acciaio lievemente piatta, con un incavo laterale. Sullo strato tufaceo si misura una linea di sei o sette metri per ventisette cm. Andando giù con colpi precisi di piccone; individuato il blocco si ricavano forme di 50×50 cm meglio denominate “quadrelli”.  A Matera il tufo è molto presente al rione Agna. Il mestiere di cavamonte si è perduto dopo la seconda guerra mondiale perché il costo è sceso notevolmente. Il tufo più resistente è stato impiegato per la realizzazione anche di sculture o per  elementi decorativi delle abitazioni come: portoni, finestre e balconi.

I Sassi di Matera rappresentano e rappresenteranno per sempre un elemento che contraddistingue la nostra Regione. Le grotte sono state soggiogate da quei valori assoluti delle edificazioni vere e proprie che, seguendo lo snodo delle gradinate e delle strade, risalgono le due naturali cavee di roccia (il Barisano ed il Caveoso), naturali contenitori dei Sassi. Le leggi di risanamento, destinate a sconfiggere uno strato di sottosviluppo, hanno provocato un totale abbandono dei rioni, fortunatamente oggi, si è compreso il valore straordinario delle abitazioni che hanno raggiunto un valore economico equiparabile alle abitazioni delle più degne capitali d’Europa. Il Comune di Matera il 2 agosto del 1979 ha affidato ad alcuni progettisti la consulenza per la predisposizione di un programma generale di riutilizzo dei Sassi e per la elaborazione progettuale del recupero di un’area campione, lungo la via Fiorentini. Tale progetto ha visto l’impiego di trenta giovani disoccupati con apposita convenzione dal Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali presso il Comune di Matera. Per anni la città è stata identificata come il “simbolo del sottosviluppo meridionale”, oggi, può assumere dignità politica di riferimento come esempio concreto e positivo di una diversa e moderna gestione della città meridionale.



One Response

  1. Mr WordPress scrive:

    Salve, questo è un commento.
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